Associazione Culturale Cristiana Dignità e Lavoro

accreditato come Ente Formatore presso il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali
Specialisti nel Benessere Organizzativo ai sensi del TUSL e nel Mobbing

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Il Presidente dell’Associazione Culturale Cristiana “Dignità e Lavoro” dott.Tesei Valentino lancia un grido di aiuto.

Lavoro povero: in Italia colpisce (almeno) 12 lavoratori su 100

Dal 2008 al 2020 l’Italia è stata investita da due crisi ben distinte, l’una del 2008 di natura finanziaria e l’altra legata al fenomeno della pandemia, il cui l’impatto sui lavoratori e sulle famiglie è stato pesante: impoverimento, perdita di potere d’acquisto e di sicurezza sociale.

Come Presidente dell’Associazione Cristiana, che si prefigge di tutelare i lavoratori e le aziende, ma anche in veste di Economista, sento la necessità di dare un contributo costruttivo alle forze Politiche ed Istituzionali tutte, proponendo un’analisi attenta sul preoccupante fenomeno del lavoratore povero, c.d. working poor, che sia base per l’adozione di soluzioni concrete. Basti pensare che nel nostro Paese il 12% dei lavoratori sono working poor, persone che pur lavorando sono povere e non riescono a vivere in modo dignitoso: sono circa 3 milioni le persone che guadagnano meno di 11.500 euro netti l’anno, cioè poco più di 950 euro al mese. (rif.: fonte Osservatorio Diritti 15 feb 2024)

Alla base di questo fenomeno pesano, senz’altro, le crisi che si sono registrate negli anni dal 2008 al 2022. Parliamo di crisi finanziaria, di recessione, di crisi legata alla pandemia, di crisi energetica, acuitesi con lo scoppio della guerra alle porte della ns Unione Europea e dell’instabilità globale connessa alla guerra stessa.

Nel dettaglio dal 2008 al 2020 l’Italia è stata colpita da due crisi ben distinte, l’una, del 2008, di natura finanziaria che si è riversata nell’economia reale (quella economia per intenderci collegata alla produzione e alla distribuzione di beni e servizi) portando al fenomeno della recessione, l’altra, del 2020, legata alla pandemia.

Entrambe le crisi hanno avuto un impatto pesantissimo sulle famiglie e sui lavoratori, che ne hanno risentito in termini di impoverimento, legato essenzialmente alla di perdita del potere d’acquisto e all’aumento dei prezzi al consumo che, per il periodo 2001-2021, si è attestato nell’ordine del 33,4% (rif. fonte Altrocunsumo) a fronte di un tasso di inflazione medio annuo del 3,8%, per attestarsi nel periodo marzo 2023-2024 al 3,9% medio annuo con un tasso di inflazione annuo rilevato per il 2024 al 2,4% (rif. fonte ISTAT).

In questo contesto le reti di protezione sociale, storicamente calibrate a favore dei lavoratori anziani a tempo indeterminato, si sono rivelate insufficienti per fronteggiare i bisogni dei giovani, in primis donne e stranieri, che rappresentano la parte più numerosa tra i working poor.

Povertà assoluta e working poor: i dati Istat

Povertà assoluta, familiare e individuale, stabile secondo le stime preliminari; nel 2023, le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie residenti (erano l’8,3% nel 2022), corrispondenti a circa 5,7 milioni di individui (rif.: fonte ISTAT 25 mar 2024)

L’Italia è l’unico Paese dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse) che nell’arco temporale 1990-2020, ha registrato salari medi in diminuzione (rif.: fonte Fondazione Openpolis su dati Ocse, aggiornati a Ottobre 2021).

“Un problema strutturale di lunga data, generato dal cambiamento del mercato del lavoro sempre più flessibile e precario, come emerge plasticamente dalla stessa indagine Istat, la quale mostra come l’incidenza della povertà assoluta riguardi anche chi lavora, con il 14,7% di famiglie operaie e l’8,5% di famiglie con un lavoratore autonomo sotto la soglia di povertà. Avere un lavoro non mette più al riparo dalla povertà, visto che il 50% delle famiglie in povertà relativa include un lavoratore con un reddito insufficiente a soddisfare i bisogni del nucleo familiare.

Questa situazione, come è facile immaginare, non riguarda i manager: nel 1980 quelli più pagati guadagnavano 45 volte lo stipendio di un loro operaio, nel 2008 416 volte e nel 2020 649 volte”.

La pandemia ha contribuito alla crescita della povertà nel nostro Paese, sia in termini assoluti (ossia numerici) che relativi (ossia percentuali) rendendo ancora più vulnerabili le famiglie e i lavoratori, specie donne, giovani, migranti e lavoratori autonomi con contratti atipici e part-time involontari

Le radici del fenomeno della povertà, sia essa assoluta, che lavorativa, va affrontato tenendo conto di molteplici aspetti che vanno dalla retribuzione del lavoro e dalle politiche del lavoro, fino ai fattori sociali e ambientali quali sono le componenti individuali, familiari e istituzionali di una Società.

Le Risposte Concrete: salario mensile minimo netto a 2000€, lavoro stabile, quoziente familiare e riforma ISEE

Le risposte al fenomeno della povertà e del lavoro povero devono necessariamente prevedere un cambio di rotta della politica economica e fiscale che incida concretamente sulla redistribuzione della ricchezza.

Un indicazione di massima, utile riguardo a quanto debba ammontare un salario minimo è scaturita durante i lavori svolti nell’evento ad oggetto la” Povertà lavorativa: strumenti per l’emergenza, dall’UE all’Italia”, che si è svolto a Roma in collaborazione con l’Università Roma Tre, che basandosi su una metodologia di calcolo proposta dalla organizzazione Clean Clothes Campaign, definisce un salario dignitoso, per una persona che lavora 40 ore a settimana, debba attestarsi a non meno di € 2.000 euro netti al mese, con una paga oraria di €11,50 netti all’ora, con riguardo al settore dell’abbigliamento. Si tratta di un indicazione che seppur contestualizzata ad un certo settore, fornisce comunque un’indicazione di massima anche per altri settori di mercato.

Alla fissazione di un parametro limite alle retribuzioni salariali va affiancato un cambiamento di qualità del lavoro che poggi su lavoro stabileLa politica dei redditi, inoltre, va sostenuta da quella fiscale; bene, in tal senso, il Decreto lavoro 2023, con cui si è aumento notevolmente il taglio del c.d. cuneo fiscale (ossia dei contributi previdenziali I.V.S.) 2023: innalzato dal precedente 2% al 6% o al 7% previsto dalla legge di bilancio 2023, con considerevoli aumenti in busta paga da luglio a dicembre dello stesso anno.

Altro fattore su cui intervenire ai fini della perequazione dei redditi è il quoziente familiare che va migliorato in alcune situazioni come il caso, esemplificativo e non esaustivo, delle famiglie monoreddito con figli a carico. In tal senso va migliorato nei parametri il sistema di calcolo dell’ISEE su cui riteniamo vada differenziata in maniera marcata, la componente patrimoniale improduttiva da quella produttiva.

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